venerdì 7 novembre 2008

Un uomo chiamato Carnevale


Lo chiamavano “ammazzasentenze”, perché molti dei processi di mafia che finivano presso la I Sezione penale della Corte di Cassazione, la sua, venivano annullati per vizi di forma a volte ridicoli. Per anni è stato il sollazzo degli imputati in processi per reati di mafia, che con lui sapevano di poter contare su un aiuto dall’alto. Un aiuto ovviamente illegittimo, almeno stando alle parole di innumerevoli suoi colleghi che riferiscono di indebite pressioni, ingerenze in cause non sue, abusi di potere, torbide connivenze con avvocati difensori di imputati mafiosi, tanto per dirne alcune. Celebri sono anche le sue intercettazioni in cui spara a zero su Falcone e Borsellino, definendoli “dioscuri” ed “incapaci” (anche dopo il loro assassinio), ed affermando che “io i morti li rispetto, ma certi morti no.” C’è poi una sfilza di pentiti eccellenti (Francesco Marino Mannoia, Leonardo Messina, Gaspare Mutolo, Balduccio Di Maggio, Giuseppe Marchese, da sempre ritenuti persone credibili) che univocamente indicano il giudice Corrado Carnevale come il garante di Cosa Nostra a Roma, tramite Salvo Lima e Giulio Andreotti, per l’aggiustamento dei processi di mafia.
Ebbene quest’uomo è l’ultimo miracolato dal governo Berlusconi, con apposita legge vergogna ad hoc, che tra breve descriveremo. Prima però, chiedo scusa se dovrò dilungarmi ma dobbiamo capire chi è Corrado Carnevale.
Quando, nella primavera del 1993, l’architettura dei soprusi perpetrati da Carnevale non resse più scattarono le denunce. Una prima arenatasi con l’archiviazione, la seconda invece culminata nel rinvio a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa: accusa dalla quale Carnevale uscì assolto in primo grado per insufficienza di prove, ma condannato in appello. La motivazione della sentenza d’appello pone in evidenza l’esistenza di due fondamentali canali di comunicazione tra Carnevale e la mafia: 1) esponenti andreottiani riconducibili a Cosa Nostra, tra cui lo stesso Andreotti, con cui Carnevale intrecciò una lunga amicizia in seguito spudoratamente negata; 2) alcuni avvocati difensori legati a Cosa Nostra, che Carnevale impiegava come intermediari.
Era il 29 giugno 2001, Corrado Carnevale veniva condannato a 6 anni di reclusione e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Insomma, una carriera stroncata: addio al sogno di una vita, quello di presiedere la Corte di Cassazione.
Ma nel 2002 il processo approda in Cassazione: ossia lo stesso palazzo per anni occupato dall’imputato. Al di là degli evidenti dubbi di possibili inquinamenti (questo sì, forse, che poteva dirsi una caso da manuale di legittimo sospetto!), che peraltro nessuno sollevò, la Cassazione svolse in pieno il suo ruolo, quello di giudice di legittimità, o giudice del “cavillo”, e rilevò che tutte le testimonianze rese dai colleghi dell’imputato (quelle che denunciavano le pressioni da lui esercitate perché costoro annullassero le sentenze di mafia) erano illegittime perché vertevano su fatti coperti da segreto professionale (poiché svoltisi in camera di consiglio): ragion per cui vennero tutte espunte dal castello probatorio, a sostenere il quale rimasero le sole parole dei pentiti, le quali vennero infine battezzate insufficienti a provare la responsabilità dell’imputato, e così il 30 ottobre 2002 Carnevale venne assolto dai suoi ex vicini di banco, a Sezioni Unite. Sentenza d’appello annullata senza rinvio, il che significa: fine della storia.
Agli occhi di un individuo inesperto o in malafede quella di Carnevale può apparire come un’assoluzione piena e totale, ma non lo è affatto: sia perché non è che il fatto non sussista, ma semplicemente non ci sono sufficienti prove a sostenerlo; sia perché più ancora del dispositivo, la parte illuminante ed inquietante di questa sentenza è la motivazione. Infatti la Cassazione non nega che tutte le testimonianze fossero vere, e che quindi sussistessero gravi anomalie nella condotta di Carnevale, il quale anzi ha innegabilmente mostrato una certa “disponibilità” verso Cosa Nostra; quello che la Corte dice è semplicemente che le suddette testimonianze non erano proceduralmente corrette, dunque sono inutilizzabili, e dunque non può esserci piena prova del reato. Ma questo, a me cittadino, non toglie alcuno dei dubbi e dei timori sugli illeciti maneggi con cui Carnevale avrebbe per anni intorbidito l’operato della Corte di Cassazione, che come corte di ultima istanza dovrebbe invece essere il punto più alto, limpido e trasparente di un paese che voglia dirsi democratico.
Ma a quanto pare non dello stesso avviso sono gli esponenti dell’attuale governo, che dopo avere già varato una prima leggina-vergogna nel 2004 ripescando Carnevale dalla pensione e facendolo rientrare in magistratura dalla porta di servizio, lo scorso 5 novembre sono riusciti a trasformare in legge, inserendolo “di nascosto” in un diverso decreto, l’ultimo neonato della nutrita figliata delle leggi vergogna: il lodo Carnevale, che recita in modo criptico “l’art.36 del d.lgs.160/2006, come modificato dall’art.2 comma 8 della legge 111/2007, è abrogato.” Vuol dire che la norma del 2007 con cui si era stabilito che i “ripescati” ai sensi della legge del 2004, superati i 75 anni, non potevano più ricoprire posti di vertice, è abrogata. Si ritorna al passato. Il fine della norma è: far sì che Carnevale, dribblato il limite di anzianità con la leggina del 2004, possa ora sconfiggere anche la suddetta preclusione dei 75 anni (avendone oggi lui 78) e realizzare il suo sogno diventando presidente di Cassazione, cosa fortemente plausibile nel 2010, quando egli avrà 80 anni e l’attuale presidente Vincenzo Carbone si dimetterà. Stavolta non hanno neanche tentato di accampare giustificazioni di un qualche valore giuridico, hanno candidamente dichiarato che si tratta di un risarcimento ad un uomo onesto per avere avuto la carriera interrotta da un processo pretestuoso. Ma sappiamo che ciò è falso sotto ogni punto di vista. Innanzitutto, quand’anche Carnevale fosse un santo, gli strumenti per risarcirlo degli errori giudiziari subiti esisterebbero già e sarebbero altri, contenuti nell’apposita disciplina creata ad hoc (per esempio, l’art. 643 c.p.p.): è del tutto fuori luogo, quindi, che per premiare un singolo soggetto si debba riformare l’intero ordinamento con una postilla di legge che rischia di vanificare tutte le ratio di rinnovamento e ringiovanimento dell’apparato giudiziario (cosa peraltro ormai abituale per questo governo: i problemi personali si risolvono estorcendo al Parlamento leggi studiate su misura per neutralizzarli); ma poi, l’abbiamo visto, Carnevale non ha affatto l’aria di chi abbia subito un torto giudiziario, semmai quella di chi l’ha fatta franca per un pelo, e forse è proprio per questo che in Parlamento è così apprezzato e spalleggiato.
Ma insomma, la realtà è che dal 5 novembre il lodo Carnevale è legge. E in un futuro prossimo l’individuo di cui abbiamo brevemente cercato di raccontare le gesta potrebbe diventare presidente del più importante organo giurisdizionale italiano. Per dirla alla Obama: se c’è qualcuno che ancora dubita che lo Stato non sia affatto nemico della mafia, ma suo socio in affari; se c’è qualcuno che ancora crede che le istituzioni stiano dalla parte degli onesti, degli eroi della legalità come Falcone e Borsellino, anziché dei loro detrattori; e se c’è qualcuno che ancora crede che questa sia una vera democrazia, in cui trionfano legalità e giustizia, mentre disonestà e collusioni vengono combattute…quest’oggi, 5 novembre 2008, ha avuto la sua risposta.

Riccardo Lucev per il Circolo della StradaPersa

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